05/05/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



Si insedia il nuovo governo basco: socialista, ma sorretto dalla destra. Le linee programmatiche per la fine del conflitto con Eta

Il nuovo governo basco si insedia con il discorso del nuovo lehendakari, il presidente Patxi Lopez, socialista. Un avvenimento che rimarrà negli annali della politica basca, con una maggioranza che vede per la prima volta l'assenza di formazioni nazionalisti dai banchi del governo.
I socialisti nei Paesi baschi governeranno con l'appoggio della destra post-franchista di Mariano Rajoy, nella sua rappresentanza locale.

Il discorso di investitura. Particolarmente atteso per capire come Patxi Lopez intenda governare un percorso che porti alla pace in Euskadi. Il nuovo lehendakari ha utilizzato le parole di una vittima dell'organizzazione armata Eta, Fernando Buesa, ucciso il 22 di febbraio del 2000 a Vitoria.
È il finale di quell'estratto che si guadagna i titoli sui principali quotidiani on-line di Spagna: 'pace con generosità, ma senza un prezzo politico'. Poco prima il neo presidente si era 'rallegrato' secondo le cronache del quotidiano basco Gara, dell'assenza della sinistra indipendentista dall'Aula - esclusa per legge dalle elezioni - mentre un altro passo del discorso poggia sulla fiducia che viene riposta sulle forze politiche dell'arco parlamentare per arrivare alla soluzione del conflitto.

Un problema aritmetico. Ciò che Patxi Lopez non può ignorare e che non vuole ammettere sta proprio nel fatto che oltre 100mila persone sono state private del diritto a esprimere il voto per la propria opzione politica, in forza di una legge che definisce terrorista chi abbia mai avuto anche solo un contatto o una partecipazione con Batasuna, considerato un movimento di Eta senza che ancora ci sia una sentenza definitiva a riguardo.
Per un procedimento di 'contaminazione' (il termine è citato nelle sentenze) se uno dei candidati ha avuto frequentazioni politiche con Herri batasuna e tutte le altre sigle che ha utilizzato negli ultimi tempi, allora inquina la lista e la stessa viene annullata. La storia si è ripetuta così per anni da quando nel 2003 la legge è passata grazie ai voti di socialisti e popolari di Aznar. Lo stesso grumo di maggiornaza paradossale che troviamo oggi a sostenere l'elezione di Patxi Lopez. Centomila persone fanno più o meno - il calcolo è scientifico per lo stratagemma del voto nullo - sette seggi sui settantacinque del parlamento. Un dato che legittimamente porta a definire come 'falsa' la stessa affermazione che abbiamo scritto in capo all'articolo: prima volta in trent'anni senza una formazione nazionalista nel governo. Perché con quei sette seggi la geografia politica sarebbe stata ben altra cosa. Resta il fatto che il nuovo presidente dei baschi si rallegra di non essere chiamato a rappresentare una fetta minoritaria, ma comunque determinante della società basca.

Il prezzo politico. La pace, scriveva un editorialista avveduto durante i giorni dell'amaro finale dell'ultimo processo di pace naufragato, non può che avere un prezzo politico. Nei conflitti politici - quello basco è l'ultimo del Vecchio Continente - la dinamica politica e della mediazione non ha bisogno di originalità. Le strade sono solo due. O si attua la repressione indiscriminata, di polizia, con metodi extralegali, oppure si riconosce legittimità politica alla controparte e si tratta. In quest'ultimo caso, che è quello che ha portato alla pace situazioni drammatiche come quella nord irlandese, un prezzo politico lo Stato di diritto lo paga in maniera consapevole. Se invece si sceglie la repressione pura e dura - attualmente siamo in questa fase - è grottesco lo smalto di civiltà giuridica e democrazia che si vuole dare giocando con le parole. Se davvero di pace si vuole parlare, Patxi Lopez ha iniziato con il piede sbagliato.

 

Angelo Miotto

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