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Il 12 dicembre 1976, su San Sebastian, splendeva un sole incerto. Come se volesse rivelarsi fino in fondo, ma soffrisse di un'improvvisa timidezza. Non bisognava, in nessun modo, far ombra all'unico astro a cui il destino aveva riservato la ribalta quel giorno: la ikurrina, la bandiera basca.
Molto più di una bandiera. Dalle segrete dello stadio Atotxa spuntano le due formazioni, disposte in linee paralelle. I colori di sempre: bianco blu per il Real, bianco rosso per l'Athletic. In testa alle due colonne i capitani: Ignacio Kortabarrìa, per la Sociedad e Josè Angel Iribar per il Bilbao. Tesa, come una vela al vento, tra le loro mani la ikurrina. E' la prima volta nella storia recente della Spagna che può accadere, senza che nessuno ci rimetta il collo. Il regime fascista del generale Francisco Franco, che rovesciò il governo repubblicano durante la Guerra Civile spagnola, era ormai solo un incubo. Non abbastanza lontano. Solo nel 1977 il governo di Madrid legalizzò la bandiera basca, ma quel 12 dicembre 1976 i capitani delle due squadre simbolo delle sette province basche, a cavallo tra Francia e Spagna, poterono osare tanto. Nel 1977, dopo la 'liberalizzazione', la bandiera basca fa bella mostra di sé dappertutto, nei Paesi Baschi. Anche durante gli anni della dittatura, in realtà, la comunità si stringeva forte attorno alla sua bandiera e alla sua lingua, ma doveva farlo con attenzione. Quel giorno no, ma proprio per questo aveva un sapore particolare. Per la cronaca la partita finì 5-0 per la Real Sociedad, ma il sole incerto di quel pomeriggio a San Sebastian, potete scommetterci, illuminava solo volti sorridenti.
Derbi vasco. Nel mondo del calcio si è abituati a pensare ai derby come le sintesi della rivalità sportiva. In alcuni casi, in giro per il mondo, sono veri e proprio simboli di odii e rancori. Nei Paesi Baschi è differente: tanti anni di repressione da parte del governo spagnolo ha saldato il legami tra due tifoserie che sono separate nel gioco del calcio, ma che si ritrovano nei propri simboli. Al punto che, per anni, prima di ogni derby le tifoserie organizzavano cortei congiunti (euskal hintxak) per le strade della città che ospitava il match di turno. Perché qui, nei Paesi Baschi, anche il calcio è un elemento di identità. Per anni i due club più rappresentativi hanno avuto solo giocatori baschi. Oppure, tutt'al più, ragazzi cresciuti comunque nelle giovanili delle squadre della regione. E' il caso del portiere Biurrun, brasiliano, ma trasferitosi da bambino con i genitori a Bilbao. E' stato il primo giocatore straniero a vestire la maglia dell'Athletic. La Real Sociedad, invece, a un certo punto ha deciso di venir meno alla tradizione, ingaggiando giocatori stranieri. Anche per la rivalità con il Bilbao. Infatti nei Paesi Baschi è destino che il derby sia originale: tanto i tifosi, per anni, sono stati legati dall'identità schiacciata dal pungo di ferro del governo centralista di Madrid, quanto le società non si possono soffrire. Il motivo? Danno la caccia, in una regione non immensa, agli stessi ragazzi. Il punto più basso dei rapporti è stato raggiunto nel 1996, quando l'Athletic ha soffiato il promettente ragazzino Joseba Exteberria alla cantera (il vivaio in Spagna) della Real Sociedad. E' successo un disastro, con San Sebastian inferocita.
La religione della Catedral. Resta la storia e, in quello, l'Athletic ha tenuto di più a coltivare il suo mito. Fondata nel 1898, è uno dei club più antichi del mondo. Il tempio di questo culto pagano è lo stadio San Mames, detto la Catedral, dove non esiste squadra che non giochi intimidita dal tifo assordante dei 40mila tifosi. L'arco della struttura dell'architetto Manuel Maria Smiith è uno dei simboli della città. Che non ha mai, a differenza di quelli della Real Sociedad, conosciuto l'onta della retrocessione. Anzi, il Bilbao (come la squadra di San Sebastian del resto) prima degli investimenti miliardari di Barcellona e Real Madrid, ha vinto otto titoli nazionali e 23 coppe di Spagna. Fiero della sua storia, ha dovuto per volere del dittatore Franco piegarsi a cambiare nome e, dal 1941 al 1973, ha dovuto mutare il suo nome in Atletico de Bilbao, in linea con la radice ‘castigliana' che dovevano avere tutti i nomi. Ma la notte è passata e l'Athletic ha riprso il vecchio nome, omaggio ai maestri inglesi che, sbarcando nei porti della Biscaglia, diffusero il gioco del football. Se qualcuno si chiedesse, per caso, se i tifosi dell'Athletic Bilbao non siano stanchi di accontentarsi solo di giocatori locali basti un sondaggio di quest'anno: il 94 percento dei tifosi ha espressamente detto di volere che le cose non cambino. In attesa dell'infornata giusta di giovani, si godono i miti del passato. Come Rafael Moreno Arazandi, in arte Pichichi. Il sopranome gli venne dato per la sua statura minuta, appena 153 centimetri. A lui, però, l'altezza non è servita per segnare 200 reti in 170 partite. Una media insuperabile, che ha portato la federazione a dedicare al bomber basco (che segnò la prima rete della storia del San Mames, il girono della sua inaugurazione dello stadio il 21 agosto 1913) il titolo di miglior cannoniere del campionato spagnolo. Il Pichichi morì a soli 28 anni, per il tifo contratto mangiando cozze andate a male. Ma il mito, a Bilbao, non muore mai. Di lui restano un busto all'ingresso della Catedral, dove i capitani avversari depongono un mazzo di fiori, e un ritratto: Idillio en los campos de sport, di Aurelio Arteta. Ritrae il bomber, con il suo inseparabile copricapo bianco, mentre amoreggia con sua moglie, Avelina Rodriguez, conosciuta allo stadio nell'intervallo di una partita.
La leggenda del pioppo. Un altro mito è il bomber Zarra, nome d'arte del centravanti Telmo Zarraonaindia, l'uomo che con i suoi 251 goal in 15 anni è il miglior marcatore di sempre dei los leones, come vengono chiamati i giocatori dell'Athletic in onore di San Mames, dato in pasto ai leoni che si rifiutarono di magiarlo. Ma la storia, da queste parti, è come un cerchio. E si chiude attorno alla figura di Josè Angel Iribar. Proprio lui, il portierone dei los rojiblancos (altro soprannome della squadra, per il colore bianco rosse delle maglie) che quel 12 dicembre 1976 portò la bandiera basca, deponendola al centro del campo, prima del ‘derbi vasco', come tutti chiamano la sfida tra San Sebastian e Bilbao. Iribar è il giocatore che ha giocato più partite nella storia del club, difendendone la porta per 18 stagioni. Lo chiamavano el chopo, il pioppo, per il suo fisico lungo e affusolato. La fascia di capitano al braccio, una bandiera basca, la portano tutti i capitani della squadra da allora. Si ritirò il 31 maggio 1980, organizzando una partita di beneficenza. L'incasso? Venne devoluto alla pubblicazione dle primo dizionario sportivo in lingua basca. Dopo un'infelice parentesi politica, tra le fila di Herri Batasuna, ritenuto dai sui detrattori il braccio politico dei miliziani dell'Eta, è divenuto il presidente onorario del club. Anche dal suo voto è passata una decisione storica, nel 2009. Quella di sporcare le maglie del club, da sempre intonse, con uno sponsor. Nel dubbio hanno scelto la Petronar. Cos'è? La prima compagnia petrolifera basca, ovviamente.
Christian Elia
Parole chiave: paesi baschi, eta, herri batasuna, athletic bilbao, ikurrina