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Poveri, vessati e discriminati dal potere negli ultimi dieci anni eppure decisivi: la Costa d'Avorio arriva al secondo turno delle presidenziali che potrebbero portarla fuori da un incubo, con la consapevolezza che saranno i raccoglitori di cacao, la manovalanza sfruttata nelle grandi piantagioni, a decidere la partita.
Un voto decisivo. I contendenti sono due: il presidente Laurent Gbagbo e l'ex premier Alane Ouattara, che nel primo turno si sono assicurati rispettivamente il 38 e il 32 per cento dei voti. Una distanza quasi irrisoria, che domenica potrebbe crescere ma anche essere capovolta. I giochi, dunque, sono aperti, come dimostrano i toni esasperati usati dagli sfidanti negli ultimi giorni. I due non potrebbero essere più diversi: storico il primo, economista il secondo, socialisteggiante l'uno, liberale l'altro, populista il presidente, tecnocrate l'ex premier. Ma la diversità degli orientamenti politici e dei profili biografici non dice nulla: le differenze che contano sono altre, di carattere etnico, religioso e geografico. Attorno a queste identità si formeranno le scelte di voto. Gbagbo è un Bété, gruppo prevalente nel sud-ovest, fatto di grandi proprietari terrieri, cristiano. Ouattara, invece, non è un ivoriano puro, ma viene dal Burkina Faso come migliaia di persone arrivate dai Paesi limitrofi quando, grazia al cacao, la Costa d'Avorio era il paradiso africano. Rappresenta il nord musulmano, quello che ha accusato il potere centrale di discriminazione e sfruttamento fino alla secessione di fatto, ad opera della guerriglia delle Nouvelles Forces che controllano il nord del Paese. Il fattore etnico, insomma, è cruciale. Lo dimostra la coincidenza delle percentuali di voto con quelle etniche. Il terzo candidato per numero di preferenze a ottobre, quindi escluso dal secondo turno, è l'ex presidente Henri Konan Bedie, un Baoule. Prese il 25 per cento dei voti. Il suo gruppo, che vive nella parte centrale del Paese, rappresenta il 24-25 per cento della popolazione. Saranno loro i king maker di queste elezioni. Lo sanno tanto Gbagbo quanto Ouattara, che infatti nelle ultime settimane hanno intensificato la caccia al voto Baoule.
Contrattazioni e minacce. Lo cercano tutti. Perché, se il fattore identitario fa si che a sud e nord i feudi politici rimangano piuttosto saldi, nel centro del Paese la partita è tutta da giocare, per questo i due candidati hanno battuto tutti i villaggi, facendo promesse e cercando di conquistarsi la fiducia di una popolazione fatta principalmente di contadini e lavoratori sfruttati nei campi di cacao dai ricchi proprietari terrieri, prevalentemente Bété, l'etnia di Gbagbo. Questo crea un'empatia speciale tra i Baoule e i "burkinabe" come Ouattara, un legame di solidarietà tra oppressi che avvantaggia indubbiamente quest'ultimo. Che ha già promesso che, in caso di vittoria, il vero capo sarà proprio Bedie. Non solo, in un comizio ha raccolto i capi tribù Baoule, circa duemila, e ha reso omaggio al loro più illustre esponente, l'ex presidente Felix Houphouet-Boigny, morto nel 1993. Dietro le quinte proseguono i negoziati, con Bedie che sa di avere il potere di decidere le elezioni e se ne serve per garantire un ruolo di primo piano a lui e alla sua etnia. Resta, però, alta la paura, il timore che scoppi una nuova ondata di violenze. Nella Bas Sassandra, Haut Sassandra e Fromager, regioni del sudovest, si sono registrate intimidazioni e aggressioni di Bété a Baoule che lavorano nei loro campi. Tutti si conoscono nei villaggi e sanno cosa voteranno gli altri. Membri del gruppo giovanile legato al partito di Gbagbo armati di machete e bastoni di legno hanno minacciato i sostenitori di Ouattara. Il messaggio è chiaro: se noi perdiamo, voi verrete cacciati con la forza. Lo stesso avvertimento contenuto in volantini comparsi nelle ultime settimane, che ricalcano i toni nazionalistici del partito del presidente. Per questo l'Unoci, la missione Onu in Costa d'Avorio, ha rafforzato il suo contingente, schierando altri 400 caschi blu nelle zone in mano ai ribelli. Il momento più delicato sarà il trasferimento delle schede dai novemila seggi nel loro quartier generale e l'isolamento dei membri della Commissione elettorale indipendente. Non sfugge a nessuno che anche un minimo ritardo nella comunicazione dei risultati, renderà più probabile l'esito che la comunità internazionale teme di più. Le prime 24 ore dopo la chiusura delle urne, saranno comunque quelle cruciali.
Alberto Tundo