“Siamo sempre più preoccupati per la
situazione del contingente italiano in Iraq, al nostro 'call center'
arrivano molte telefonate di militari e loro familiari. L’aspetto più
serio è la possibile contaminazione da uranio impoverito. Le difficoltà
per capire e monitorare la situazione sono moltissime. La procedura
vuole che un militare ammalato in una prima fase sia ricoverato
all’interno di strutture del Ministero della Difesa e poi, nel caso in
quel luogo le cure specialistiche non siano possibili, venga trasferito
in nosocomi civili. Questa frammentazione non facilita i controlli. Al
Celio di Roma, la struttura sanitaria più grande e avanzata
dell’esercito, impediscono l’accesso al reparto oncologico è impedito
sia a noi che ai giornalisti. In queste condizioni non siamo in grado
di verificare nulla”. A parlare è il maresciallo Antonio Savino,
presidente dell’Unione nazionale Arma dei Carabinieri (Unac).
Deiana. Sono tutti e due in ospedale, affetti dalle
patologie tipiche da contaminazione. Uno è un militare della marina e
un altro un caposquadra dei sistemi missilistici dell’esercito.
Vorremmo capire se è vero che al Celio ci sono oltre quindici pazienti
sospetti. Le autorità hanno smentito, confermando però la presenza di
soli cinque o sei pazienti, ospitati per motivi non connessi alla
contaminazione, ma ricoverati per incidenti non meglio specificati.
Abbiamo dei sospetti perché nelle ultime settimane non si è avuta
notizia del rimpatrio di nessuno dall’iraq a seguito di ferite o altro.
Poiché la stampa è sempre molto attenta ci chiediamo: quando sono
rientrati questi militari e perchè?”
Savino
è molto teso. Nei mesi scorsi la sua associazione aveva chiesto il
rientro del contingente italiano a causa della scarsa preparazione del
personale ai compiti specifici in una zona di guerra e per
l’inadeguatezza dei sistemi di prevenzione e controllo.
ll presidente dell’Unac aggiunge: “Come
è possibile che un ragazzo del nucleo antisofisticazioni o di quello
per la tutela dell’ambiente siano mandati in Iraq dopo una sola
settimana di addestramento. In così poco tempo non si impara a
combattere. Dicono loro che è una missione di pace, ma appena arrivati
sul campo fanno firmare loro un documento nel quale accettano di essere
sottoposti al codice militare di guerra. Già questo la dice lunga sulla
missione. Ho raccolto la testimonianza di un soldato che mi ha detto di
aver avuto l’incarico di guidare una grande cisterna per il trasposto
di carburante e camion per lo spostamento di munizioni. Lui non aveva
la patente idonea e neppure aveva mai fatto una cosa del genere. Lo ha
fatto presente, ma loro non hanno fatto una piega e gli hanno dato le
chiavi dei mezzi. Appena ha potuto, dopo un mese, ha chiesto il rientro
in Italia. Il pericolo è enorme, come si può muovere benzina ed
esplosivi senza l’adeguata capacità? Gli uomini dell’Nbc, i nuclei che
si occupano dei rilevamenti sulle contaminazioni, svolgono il proprio
lavoro protetti da tute e maschere speciali. Peccato che la popolazione
civile e gli altri militari, invece, circolino liberamente negli stessi
luoghi, ma completamente sprovvisti di protezioni. Per nascondere il
pericolo dell’uranio impoverito non danno notizie e il rischio cresce”.
Sebbene non sia ancora provata la
pericolosità dei proiettili speciali, in numerosi Paesi del mondo, in
particolare negli Stati Uniti, sono centinaia i casi di presunta
contaminazione. In Italia molto seria è la situazione in Sardegna, dove
da anni nei paesini ai confini con le basi militari si è notato un
aumento abnorme delle patologie connesse alla radioattività.
Savino ha molte cose da dire: “Noi continuamo a
batterci per i nostri colleghi. Siamo militari e
siamo abituati ad eseguire gli ordini. Solo chiediamo preparazione
adeguata, controlli e garanzie reali. Negli ultimi tempi sappiamo che
le missioni di controllo del territorio a Nassiria sono state limitate.
Potrebbe esserci pericolo e ostilità da parte della popolazione civile.
Le pattuglie si allontanano molto meno dalle basi. Sembra anche che il
collegamento con i capi clan della zona si sia interrotto o, perlomeno,
raffreddato. Per questo motivo non siamo più considerati come portatori
di aiuto e di pace, ma come forze di occupazione”.
Il lavoro dell’Unione nazionale dell’Arma dei Carabinieri è
difficile. Savino non lo nasconde: “Siamo stati ovunque col mandato
dell’Onu. Noi crediamo alle missioni di pace. L’Iraq è un’altra cosa.
Siamo una quarantina di dirigenti, ma ognuno di noi ha decine di
provvedimenti disciplinari a carico. Ogni volta che facciamo un
convegno o una intervista ci denunciano. Poi il tribunale ci
proscioglie, ma la pressione è molto forte. I giudizi personali su di
noi cambiano, da ‘eccellenti’ diventiamo ‘inferiori alla media’ o
‘sufficienti’. Insomma, non vorrei parlare di mobbing”.
Le forze militari italiane sono state estranee
agli episodi di tortura, ma anche su questo Savino ha qualcosa da dire:
“Noi abbiamo un sito Web, sul quale abbiamo pubblicato alcune foto
delle sevizie. Mi ha telefonato un colonnello del Ministero della
Difesa, chiedendomi con gentilezza di togliere le immagini. La
conversazione è conservata e disponibile per chi volesse ascoltarla.
Per l’immagine del Paese, sosteneva. Eppure il governo italiano era al
corrente da tempo, perché era stato informato e anche su questo abbiamo
notizie certe”.