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Jon Maya è un artista basco. Un bertsolari, un poeta dell'improvvisazione del verso, ma anche un musicista e uno scrittore. Vive in un paesino sul bordo del mare, il suo nome è noto a livello internazionale. È tardi, risponde con la voce stanca. Ma ferma e convinta di un percorso politico tutto da costruire. L'abbandono della lotta armata non è la fine del problema. È il primo passo per una strategia di pace duratura.
Come è stato accolto l'annuncio di Eta?
E' stato accolto come qualche cosa di storico. L'esistenza di Eta conta 53 anni e come potete immaginare è una storia che ha influenzato tutta la società basca. Una storia in cui sono coinvolte molte persone, molte famiglie, per la partecipazione che hanno avuto o come vittime,qualche cosa che colpisce tutti. Se inseriamo tutto in un discorso politico e storico, quello che stiamo vivendo in questo momento in Euskal Herria, vediamo che questo annuncio si colloca dentro il processo democratico che va verso una normalizzazione politica, per arrivare alla risoluzione del conflitto
Jon Maya, quanti anni hai?
Ne ho 39.
Questo significa che hai vissuto sempre con l'esistenza di Eta
Sì, l'abbiamo vissuta tutti molto da vicino. Tutta la lotta che abbiamo vissuto in questo popolo è presente in me e nelle persone che io frequento.
E la parola riconciliazione, adesso, per te rappresenta una parola difficile?
Sì. Vorrei sottolineare che è una cosa ben diversa il fatto che si disattivi Eta e che questo significhi la fine del problema. Il conflitto prosegue e anche la sofferenza, Anche perché la conseguenza di questo conflitto la vive molta gente: ci sono centinaia di prigionieri politici, centinaia di vittime e di persone che hanno avuto un danno. Se guardiamo ai prossimi passi, credo che il cammino verso la riconciliazione sarà lungo, Ci sarà gente che non accetterà nessuna normalizzazione politica, e cioè il fatto che alla fine di questo processo i cittadini baschi possano decidere sul proprio futuro. Un diritto elementare che non tutti vorranno accettare. E così sarà un cammino lungo, ma ci sono molte questioni da risolvere e tutti dovremo agire con molta responsabilità. La società basca deve spingere verso una normalizzazione politica piena di diritti, con una pace duratura. Ripeto: non è perché termina Eta che tutto si normalizzi.
La sinistra basca ha spinto con grande energia e coraggio per arrivare a questo risultato. E ha anche pagato prezzi molto alti. Ma tu hai fiducia sul fatto che anche gli Stati, Spagna e Francia, sapranno ora aprire quella fase di dialogo diretto che viene richiesta dai mediatori internazionali e dalla stessa Eta?
Secondo me ci dovrà essere una soluzione tecnica, per arrivare alla disattivazione di ogni tipo di violenza. Eta ha compiuto questo passo e adesso si deve disattivare tutta la legislazione speciale antiterroristica, l'illegalizzaizone della seconda forza di questo Paese, che ancora è fuori legge. Tutto questo è necessario per arrivare a una normalizzazione. Gli Stati si vedono obbligati a fare questi passi. Ricordando sempre che all'inizio non è stato così: ogni passo che veniva compiuto era insufficiente, anche se era quello che chiedevano loro.
Ma è arrivato il momento in cui devono giocare la loro parte.
La dichiarazione della conferenza internazionale per la risoluzione del conflitto che si è svolta qui a San Sebastian, con la presenza di grandi negoziatori, ha detto cose chiare con cinque punti che marcheranno la rotta dei tempi che verranno. Il primo punto è stato compiuto oggi: la disattivazione della Lotta armata. Ma il secondo punto riguarda proprio gli Stati, che devono discutere con Eta il piano tecnico. La terza tappa è la consultazione popolare. Il nostro compito ora è quello di costruire maggioranze ampie e sufficienti per spingere al dialogo gli Stati. Tutto il mondo ora li guarda, E la mia impressione è che si muoveranno con lentezza, che costerà loro muovere i passi adeguati, ma che alla fine ci arriveremo.
Angelo Miotto