Se si annunciasse l'immediato ritiro dei nostri militari, quella sì sarebbe una Festa della Repubblica
Si avvicina il 2 giugno, festa della
Repubblica. Repubblica nata dalla Resistenza, Repubblica nata dopo un
conflitto tra i peggiori della storia dell'umanità, la seconda
guerra mondiale. Repubblica fondata su una Costituzione che ripudia
la guerra. Il ripudio non è solo un rifiuto, che già
sarebbe abbastanza: il ripudio è un disconoscimento, una
sconfessione, di qualche cosa che si è conosciuto, appunto,
fin troppo bene.
Festeggiamolo in modo degno, questo 2
giugno, riportando a casa i militari che sono in guerra.
Giorgio Napolitano, Presidente della
Repubblica, ha parlato dei “valori, tra loro inscindibili, del
ripudio della guerra e della corresponsabilità internazionale
per assicurare la pace e la giustizia nel mondo”.
Ha detto che c'è bisogno di “un
nuovo ordine internazionale di pace e di giustizia. Un ordine di pace
nel quale possa espandersi la democrazia e prevalere la causa dei
diritti umani, e insieme assicurarsi un governo dello sviluppo che
contribuisca a scongiurare tensioni e rischi di guerra, e ponga un
argine all'intollerabile, allarmante aggravarsi delle disuguaglianze
a danno dei paesi più poveri, dei popoli colpiti da ogni
flagello come quelli del continente africano”.
Queste due frasi potrebbero essere la
chiave per un due giugno che davvero la festeggi, questa Repubblica.
Perché le situazioni di conflitto, lo dimostrano tutte le avventure militari
degli ultimi anni, compresa quella kosovara, non si risolvono con le armi. Perché
pace e giustizia, e solo pace e
giustizia, possono scongiurare – come dice il Presidente Napolitano
– i rischi di guerre e conflitti. Perché solo pace e
giustizia possono sconfiggere il terrorismo e la disperazione data
dalle diseguaglianze che rendono schiavi otto abitanti su dieci del
pianeta.
Un giorno di guerra in Iraq costa, solo
agli Stati Uniti, 177 milioni di dollari, circa 140 milioni di euro.
E cioè 70 ospedali al giorno (ospedali veri, come quelli che abbiamo da
noi, non quelle specie di lebbrosari che disseminiamo per il
mondo). Oppure circa 700 scuole. Al giorno.
L'Italia, fino a oggi, ha speso circa
1900 milioni nella guerra irachena. Per ogni milione di euro spesi in “aiuti”
(doverose
le virgolette visto che nessuno sa dove siano effettivamente finiti i
nostri soldi), cento sono andati in spese militari: così
funziona la macchina in Iraq.
Festeggi l'Italia, questa Festa della
Repubblica, investendo quei soldi nella pace, e non nelle guerre di
rapina mascherate da missioni umanitarie. Cominci, il nuovo governo,
a fare la sua parte per portare, come indicato dal Presidente
Napolitano, “pace e giustizia nel mondo”.
Se il 2 giugno si annunciasse
l'immediato ritiro dei nostri militari, quella sì sarebbe una
Festa della Repubblica.