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La sua verità. Erano giorni che il capo del temuto “Bloque
Catatumbo” aveva annunciato di voler rendere pubblica la sua
verità, tanto che l'intero paese e in particolare i parenti
delle centinaia di migliaia di vittime cadute per mano di
paramilitari dai mandanti misteriosi, l'aspettava con ansia. Le
parole del carismatico capo mafia colombiano, leader del traffico di
droga internazionale, hanno descritto un quadro inquietante. Il primo
episodio riferito riguarda il vicepresidente di Uribe, con il quale,
assieme all'altro leader indiscusso del paramilitarismo, ora morto,
Carlos Castaño, si sarebbe riunito a El Volador de Tierralta,
una vereda della provincia di
Cordoba, per discutere del “funzionamento” delle autodifese in
quell'area. Secondo Mancuso, fu allora che Santos manifestò il
“desiderio di replicare il medesimo modello a Bogotá”.
“Cercammo quindi chi potesse dirigere le Auc laggiù – ha
raccontato il capo paramilitare - fino a che non venne fuori il nome
del capitano Rojas (arrestato per aver venduto armi alle Auc), il
quale passò poi il comando a Miguel Arroyave (morto)”.
Secondo Mancuso sono state almeno quattro le riunioni con l'attuale
vicepresidente, avvenute sia sulla Costa che nella capitale. Fra
queste, una che si svolse con alcuni
giornalisti nella sede de El Tiempo, il giornale più
importante del paese.
Narcos e politica. Ma oltre a Francisco
Santos, Salvatore Mancuso rammenta anche Juan Manuel Santos, ministro
della Difesa, che avrebbe partecipato ad almeno due riunioni con lui
e Castaño, sempre nella città di Cordoba. “Durante la
chiacchierata, Santos chiese a Castaño se l'allora presidente
Ernesto Samper fosse compromesso con il narcotraffico e Castaño
gli rispose di sì e che poteva provarlo”. Fu in quel momento
che Santos, secondo quanto riferito dal leader paramilitare, propose
loro “una sorta di colpo di Stato”, idea che girò nei
corridoi del palazzo fino ad arrivare alle orecchie dello stesso
Samper, che cominciò a parlare di “cospiratori”. Era il
1995, anno in cui effettivamente venne aperto un procedimento a
carico del presidente, in quanto accusato di aver pagato la propria
campagna elettorale con i soldi dei narcos. Dato che in Colombia a
giudicare il presidente della Repubblica è lo stesso
Congresso, i parlamentari decisero di esonerare Samper da ogni
carica. Quindi toccò al suo ministro della Difesa e a quello
del Tesoro, rispettivamente Fernando Botero Zea e Santiago Medina,
che vennero giudicati e incarcerati per riciclaggio e furto
aggravato. Nonostante le tante prove raccolte su cartelli della droga
impegnati a sostenere la sua ascesa al potere, l'allora presidente
si è sempre dichiarato innocente e vittima di un complotto.
I generali. Nella deposizione non giurata di Mancuso, che arriva a ricostruire i fatti fermandosi
al 1997, non mancano né un'allusione al senatore Mario Uribe e
a incontri per compravendita di voti, né riferimenti alle alte
sfere dell'Esercito. In particolare ha menzionato tre generali, che
in quel momento ricoprivano cariche di responsabilità nella
regione di Cordoba e nell'Urabá, zona dove Mancuso ha
cominciato l'attività paramilitare: Iván Ramírez,
Rito Alejo del Río e Martín Orlando Carreño.
A braccetto. Ma è del generale Rito
Alejo del Rio, che qualcuno definisce ironicamente il pacificatore
dell'Urabá, che il capo Auc più ha parlato, indicandolo
come l'artefice dell'espansione paramilitare in quella regione. In
particolare fa riferimento a due incontri, a cui hanno partecipato
l'immancabile Carlos Castaño e “El Aleman”, leader
smobilitato: “Una si svolse a Tolová (Tierralta-Córdoba)
e l'altra nella finca
“La 21” a San Pedro, nell'Urabà. Nel secondo incontro il
generale arrivò con un elicottero civile ma indossava
l'uniforme”. Mentre su Carreño, che è succeduto a Del
Rio a capo della famigerata Brigata 11 de Carepa e quindi diventato
comandante dell'Esercito, ha precisato che ordinava azioni congiunte
dei suoi soldati con i paramilitari in base a precise mappe inviate a
Mancuso. Quindi un riferimento all'attuale ambasciatore in Austria ed
ex direttore nazionale della Polizia Rosso José Serrano.
Secondo il leader Auc, l'ufficiale intervenne affinché lui
stesso e l'altro capo paras Jorge 40 venissero liberati dal carcere
de La Guajira. “Ll paramilitarismo – ha quindi concluso – non
era che un politica di Stato”. E ha rimandato ai prossimi giorni
altre rivelazioni.
Le reazioni.
“Mancuso è un malintenzionato”, ha dichiarato il ministro
della Difesa, spiegando di aver incontrato due volte Castaño
per discutere di un eventuale processo di pace, che avrebbe dovuto
includere sia i paras sia le parti contrapposte Farc ed Eln. “Se
questa è la verità che il signor Mancuso intende
raccontare, il paese rimarrà molto deluso”, ha aggiunto. Di
“vendetta” contro le operazioni fatte contro i paras parla,
invece, il generale Orlando Carreño, ora in lizza per
diventare governatore di Santander, che ha qualificato le sue parole
come calunniose. “E' falso (riferendosi al pattugliamento congiunto
militari-paramilitari che Mancuso lo accusa di aver più volte
ordinato). Mancuso, quando ancora non era ricercato, entrava nella
Brigata, ma non può dire che io pattugliavo con lui o che ero
io ad averlo ordinato alle mie truppe. Questa è una calunnia.
Mancuso entrava nella Brigata come un qualsiasi cittadino. Avevamo
un'organizzazione di amici della Brigata e c'erano persone di ogni
condizione. Andava alle cerimonie come altri invitati, ma nessun
autorità mi ha mai mandato una nota per dirmi 'questo signore
è un paramilitare'”. La via del silenzio era stata
inizialmente intrapresa da presidenza e da vicepresidenza. Poi Uribe,
durante un'intervista a radio Caracol, ha precisato fi avere ''piena
fiducia nella struttura morale del vicepresidente
e dei
membri del mio governo”. Per lui,
le accuse al suo vice sono una freccia diretta al cuore del suo
potere. Il momento è tragico per il governo e decidere il da
farsi è cosa ardua: qualificare come false le dichiarazioni di
Mancuso metterebbe in dubbio l'intero processo di smobilitazione dei
paramilitari, tanto voluto da Uribe e dalla sua legge appositamente
varata Giustizia e Pace. Stella Spinelli